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Intervista a Valerio Evangelisti

Ciao Valerio, qual’è stata la genesi creativa del romanzo (Metallo urlante), da cosa è partita l’idea? 
Da tre fonti. La mia passione per la musica heavy metal, e in particolare per il sottogenere detto “trash metal”; l’ammirazione per i disegnatori della rivista “Métal Hurlant”; e la lettura di un articolo, su “Le Scienze”, relativo ad esperimenti per creare varianti di metallo capaci di reagire agli stimoli. Ho combinato le tre cose.
Oltre alla rivista francese quali sono state le letture che hanno influenzato l’immaginario dell’opera? 
 Molte, ma direi soprattutto Philip K. Dick, che ha indagato sulle connessioni tra evoluzione tecnologica, società e psicologia individuale. Naturalmente, riconoscere l’influenza di un autore non significa imitarlo.
All’uscita di Metallo Urlante avevi già in mente di realizzare il Ciclo di Pantera?
No. Mi è stato quasi imposto dai miei lettori più accaniti. Si erano affezionati al personaggio e volevano che ritornasse (come è poi accaduto con “Black Flag”, ispirato questa volta al genere punk)
E’ palese la massiccia dose di documentazione storica e scientifica, non solo in quest’opera ma in tutti i tuoi lavori. Quanto è importante la ricerca durante la stesura di un romanzo?
Secondo me è fondamentale, se si vuole dare credibilità a una storia, anche se ambientata nel passato o nel futuro. Per esempio, tutti i libri di magia che cito nel ciclo di Eymerich non solo esistono, ma figurano nella mia biblioteca. Idem per le ipotesi scientifiche o pseudo-scientifiche di cui mi servo, anche in “Metallo urlante“. Per esempio la colla che imprigiona i detenuti nel capitolo “Sepultura” esiste veramente, benché sia usata (per fortuna) con finalità diverse. Bisogna ricercare, e poi usare una minima parte dei materiali trovati a fini narrativi. Secondo me il lettore, pur ignorando l’origine dei dati, percepisce che c’è un fondo di vero. Questo mi distanzia parecchio dal genere fantasy, che adotta criteri antitetici ai miei.
E’ da poco uscito “Il sole dell’avvenire” e qualche lettore nostalgico si stupisce ancora della tua natura poliedrica. Quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto a slegarti dalla fantascienza?
In realtà non mi sono slegato da niente. Più semplicemente, scrivo ciò che mi attira in un particolare momento. Non ho l’ambizione di essere considerato uno scrittore “mainstream”, mi va bene anche essere ritenuto autore “di genere”. Ma quale genere? Mi diverte imbrogliare le carte, come gesto di ribellione contro le classificazioni troppo rigide. “Il sole dell’avvenire“, che narra le vicende di braccianti romagnoli alla fine dell’Ottocento, è per esempio pieno di suspense.
Infine, cosa ne pensi dell’attuale situazione dell’editoria di fantascienza e della stessa narrativa di fantascienza?
L’editoria di fantascienza è in crisi su scala mondiale e, a parte isolate eccezioni, non si vedono all’orizzonte nuovi Asimov, Heinlein, Sturgeon, Sheckley o Dick. Il fatto è che – suonerà paradossale – la SF ha vinto la sua battaglia e oggi permea ogni campo della cultura. Dalla pubblicità al cinema, dai videogiochi ai telefilm. Serie come “Battlestar Galactica” (a parte il finale), “Lost” (a parte il finale) e tante altre hanno la complessità che una volta apparteneva alla fantascienza scritta. Quest’ultima, se vuole sopravvivere, non dovrebbe adagiarsi su quei modelli, ma cercarne di nuovi.

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