NINE INCH NAILS – Broken – 1992 ?>

NINE INCH NAILS – Broken – 1992

Bisogna attendere il 22 settembre del 1992 per l’uscita del secondo album in studio dei Nine Inch Nails, che taglia netto con il precedente e pluripremiato Pretty Hate Machine. Dopo il grande successo dell’album di esordio, Steve Gottlieb della TVT pressò Reznor per creare un album nello stesso stile, ma il genio di Mercer non era per nulla d’accordo. Reznor voleva svincolarsi dal controllo della label sulla sua creatività, a maggior ragione se il suo progetto veniva considerato come una band synth-pop. Chiese pertanto alla TVT Record la rescissione del contratto che ovviamente non gli fu accordata e iniziarono diversi anni di lotte legali durante i quali Reznor iniziò le registrazioni sotto pseudonimi per sfuggire ai vincoli contrattuali, registrando in numerosi studios tra Miami, Los Angeles, New Orleans e Lake Geneva. InBroken passa in secondo piano l’elettronica ed emergono le influenze thrash e industrial metal di in particolar modo diMinistry e Godflesh, che daranno a Reznor quella ferocia che non aveva potuto esprimere fino ad allora. Intento dichiarato del “one-man-band” fu quello di realizzare qualcosa che fosse per gli ascoltatori “an ultra-fast chunk of death”, qualcosa che “make your ears a little scratchy”, usando un mix di ingredienti per rendere il suono diverso da qualsiasi suono… “reale”.Mi raccomando, come indicato espressamente nei credits: “Caution: Not for use with mono devices”.

Ad esclusione della strumentale “Pinion”, la canzone più corta dell’attuale storia dei Nine Inch Nails composta da strutture synth soffuse e un’ascendente loop di chitarra distorta, i testi dell’album sono una feroce critica alla società e alla TVT Records. Si parte con il ritmo martellante di “Wish” e con la sua chitarra, distorta al punto da ricordare una scarica elettrica che scorre lungo la tua spina dorsale, seguita a breve da Martin Atkins (Ministry, Pigface, Killing Joke) che arricchisce con la batteria i vari loop percussivi, dandogli maggiore profondità e potenza; Reznor canta del“desiderio” di tornare indietro sugli errori commessi, sapendo di non potere, ma sperando che possa esserci qualcos’altro in fondo alla strada per l’inferno appena intrapresa. Cantando l’angoscia di una mente ormai dissoluta, “Last” parte subito massiccia con riff di chitarre distorte che penetrano nel cervello e che a tratti sovrastano la voce di Reznor, precedendo l’arrivo della batteria e il cambio di ritmo guidato dalle tastiere. Il tutto si ripete in modo a tratti monotono, ma si arricchisce successivamente di ulteriori strati di loop di campionature, raggiungendo un crescendo di synth, loop e sample. “Help Me I Am in Hell” è il secondo pezzo strumentale, un giro di accordi di chitarra arricchiti da temi di campionature sottili, a tratti impercettibili e da pulsazioni meccaniche che conducono la traccia al climax. L’uso intenso di sample rumorosi e le stratificazioni di loop percussivi rendono invece “Happiness in Slavery” la vera hit dell’album, grazie anche al videoclip ultracensurato interpretato dal performer masochista, musicista, poeta e scrittore Bob Flanagan. Le chitarre, e in parte il basso, predominano nei ritornelli e nelle strofe, mentre l’intero brano si poggia su trame di sintetizzazioni meccaniche e cori urlanti. Riavvicinandosi all’orecchiabilità di Pretty Hate Machine, Reznor rappresenta la possibilità di trovare la felicità nella schiavitù e nell’ignoranza; è meglio non sentire, non sapere, perché quello che potresti vedere è scoprire che, oltre la conformità di tutto il sistema, esiste la tua propria e unica identità; ironicamente, è meglio essere un pezzo di carne nella routine infinita. Sono invece i 288 bpm della drum machine ad aprire “Gave Up” prima che parta la chitarra, fortemente influenzata dal trash, e che Chris Vrenna attacchi con la batteria; il tutto è una continua spirale ascendente che conduce a un vorticare di tastiere, chitarre e cori urlanti, acidi fino alla rabbia; Gave Up è il risveglio traumatico di un uomo depresso che, da un momento di pace all’interno dei propri sogni, viene catapultato nella realtà, una realtà che non sa far funzionare perché ha un buco nell’anima che lo fa sentire come una macchina rotta. Ufficialmente l’album giunge al termine, ma non è proprio così. Dopo 91 tracce silenziose (7-97) si scoprono due ultime canzoni. La prima è “Physical“, l’unica canzone d’amore dell’album, una cover della “Physical (You’re So)” di Adam and the Ants, ma arricchita da cicli meccanici ed evocativi oltre che dagli effetti della chitarra e dalla voce abrasiva di Reznor; con parole non sue, Mr.NIN riflette sulla percezione della propria compagna, sognata a lungo e finalmente reale, che si manifesta in tutte le dinamiche relazionali, dalla semplice compagnia al desiderio sessuale, stupito dal fatto che possa essere vera e a tratti anche fin troppo “fisica“. “Suck“, auto esplicativa del proprio contenuto è co-scritta da Reznor quando faceva parte dei Pigface, era una sorta di hit underground ed è, in alcuni tratti, la traccia più elettronica di tutto l’album. Queste sonorità iniziali, accompagnate dal basso, sono infatti molto simili a quelle di HALO 2 (PRETTY HATE MACHINE); solamente in seguito vengono indurite dalle distorsioni dei colpi vibrati dalla chitarra, per venire infine alleggerite dagli intermezzi acustici in crescendo e solamente sussurrati. E’ qui che si intravede il germe di quello che sarà lo stile più maturo, sperimentale e profondo dell’album successivo: THE DOWNWARD SPIRAL.

La promozione fu turbolenta dato che il video “Broken – The Movie” (1993) fu censurato a più riprese. Spacciato per uno “snuff”, è la storia di un uomo sequestrato e torturato mentre viene costretto a guardare i videoclip di alcune canzoni dell’album (Wish, Happyness in Slavery, una versione integrata di Gave Up). Il corto (18 min.) è stato diretto dal padre dell’industrial Peter “Sleazy” Christopherson, fondatore dei Throbbing Gristle e Coil, artworker per Pink Floyd e Peter Gabriel, nonché autore di numerose clip per gente come Robert Plant, gli stessi Pink Floyd, Van Halen, Yes, Scorpions, Ministry, Danzig, Sepultura, Rage Against the Machine, e non solo. Il Digipack invece è sempre firmato daGary Talpas, è privo di booklet ed è composto da una tripla coperta, che all’apertura rivela un’elaborazione del logo deiNine inch Nails contenente testi e credits. In questi ultimi, si può leggere un “no thanks: you know who you fucking are” seguito da “the slave thinks he is released from bondage only to find a stronger set of chains.” diretto a quello Steve Gottlieb che lo costrinse alla guerra legale conto la TVT Records per il proprio contratto; il “no thanks” è stato probabilmente mutuato dai Ministry di Jourgensen che a luglio dello stesso anno pubblicarono Psalm 69: The Way to Succeed and the Way to Suck Eggs, che riporta “no thanks, you know who you are“. A soli tre mesi dall’uscinta diBroken (a inizi dicembre sempre del 1992) verrà pubblicato FIXED [HALO 6], una rivisitazione più elettronica diBroken, con remix a cura, tra gli altri, dei Coil del succitato Christopherson, di Flood (co-produttore tra l’altro di Broken), di J. G. Thirlwell (Foetus), e non solo. ha il compito di esplodere il rancore di Reznor contro la TVT a colpi di distorsioni che vibrano come un sonoro “vaffanculo” non solo alla lable, ma a tutti coloro che volevano influenzare e controllare Reznor e la sua creatività. Il genio indiscusso di Mercer tira fuori un album industrial metal che riscuoterà più successo del coevoPsalm 69 dei Ministry; un album emotivo e rabbioso che trae della repulsione profonda nei confronti della TVT Records la linfa vitale dell’album più duro della storia attuale dei Nine Inch Nails. Dopo questa “rottura”, Trent Reznor ha dato prova della propria determinazione, del proprio talento e dell’anima delle sue opere; adesso però è giunto il tempo di evolvere, cambiare e sperimentare ancora una volta; è giunto il momento di diventare Mr.Self Destruct..

1) Pinion
2) Wish
3) Last
4) Help Me I Am in Hell
5) Happiness in Slavery
6) Gave Up
98) Physical (You’re So)
(Adam Ant cover)
99) Suck
(Pigface cover)

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