NINE INCH NAILS – The Downward Spiral – 1994 ?>

NINE INCH NAILS – The Downward Spiral – 1994

Già durante la realizzazione diBroken, alla fine del tour di Pretty Hate Machine del 1991, Trent Reznor iniziò ad elaborare The Downward Spiral sotto forma di appunti, poesie (trascritte successivamente nei testi) e prime sperimentazioni già percepibili nelle ultime tracce dello stesso HALO 5.

Per la registrazione di questo album si è avvalso della collaborazione di circa una dozzina di elementi, che hanno aiutato il One-Man-Band/Mr. Self Distruct a raggiungere la perfezione lì dove lui non era in grado di arrivare. Tra gli artisti ricordiamo il batterista Stephen Perkins (Jane’s Addiction e Porno for Pyros) e il polistrumentista Adrian Belew (Frank Zappa, David Bowie), senza dimenticare i soliti Mark “Flood” Ellis e Chris Vrenna.

Per la location delle registrazioni di The Downward Spiral il creatore dei Nine Inch Nails ha scelto, insieme al co-produttore Flood, la casa all’indirizzo 10.050 Cielo Drive di Beverly Hills, per il prezzo di ben undicimila dollari al mese. Si tratta di “Le Pig”, la casa in cui la moglie di Roman Polanski, l’attrice Sharon Tate, è stata assassinata ancora incinta dai membri della Famiglia Manson nel 1969. Lo stesso Reznor ha confessato di essere rimasto molto impressionato dall’incontro con Patricia Tate -sorella di Sharon- durante le registrazioni nel dicembre del 1993, ricevendo accuse di sfruttare la sua morte per fini commerciali. Nonostante fosse solo interessato alla componente di “folklore americano”, Reznor si è sentito colpito nell’intimo, riflettendo su cosa significasse per Patricia aver perso la sorella e il futuro nipote in quel modo così brutale.

Dal punto di vista musicale, rispetto a un PRETTY HATE MACHINE molto più Dance e orecchiabile, The Downward Spiral è stato influenzato -per stessa ammissione di Trent Reznor- da Low di David Bowie e The Wall dei Pink Floyd, riuscendo a creare un successo commerciale che ha dato ancor più solidità alla reputazione dei Nine Inch Nails durante gli anni Novanta, creando forse l’album Industrial Metal più famoso di tutti i tempi.

Unendo elementi Alternative, Industrial Rock e Industrial Metal, questo concept album analizza nel dettaglio le componenti autodistruttive che si annidano nell’animo umano. Nichilismo, esistenzialismo: questi sono i temi principali della spirale discendente che conduce Reznor verso gli anfratti più oscuri della sua anima, proiettandolo in un mondo nel quale le leggi provengono direttamente dagli stati più interni di se stesso, e non da soggetti esterni. Scavando nell’intimo della propria morale e delle proprie leggi personali il padre dei Nine Inch Nails riplasma i concetti di disumanizzazione e violenza, dissacra la religione, affronta temi scomodi come la droga, il sesso e il suicidio in una continua invettiva alla società di allora, ma attuale ancora oggi a distanza di quasi venti anni.

La cover dell’album, curata da Gary Talpas, è tratta dal quadro di Russell Mills dal titolo “Wound” che vuole alludere all’idea contraddittoria di dolore e guarigione ed è stata realizzata utilizzando su un pannello di legno del gesso, acrilici, oli, metalli arrugginiti, insetti, sangue dell’artista, cere, vernici e bendaggio chirurgico.

Già nella prima traccia, I colpi violenti in apertura di “Mr. Self Destruct” non fanno presagire nulla di buono. Il tono di Reznor è duro, arrabbiato e violento e in apertura è possibile riconoscere un sample tratto dal film L’uomo che Fuggì dal Futuro (THX 1138) con Robert Duvall e diretto da George Lucas in una scena nel quale un prigioniero viene malmenato dalla guardia carceraria. I ritmi penetrano come un trapano nel cervello in un complesso di pluristratificazioni martellanti, accompagnate dalla voce di Reznor fluida come l’acido; insieme convergono nel climax finale che sfocia in una sorta di follia elettronica di sample e distorsioni ipnotiche. Il brano ci presenta il protagonista del concept che formaThe Downward Spiral, Mr. Self Destruct, l’avversario nella nostra testa, il diavolo dentro di noi che ci vuole portare nelle mani del dolore nell’abisso della disperazione, che rappresenta gli impulsi della sessualità, poteri di dipendenza, e sentimenti di colpa: la paura nelle sue molteplici forme.

“Piggy”, usata nelle prime scene del pilot del telefilm MillenniuM -creato da Chris Carter e con protagonista Lance Henriksen-, parte con un ritmo dolce e accattivante, seguito da synth simili a un organo contenuti nel ritornello. “Piggy”contiene set di batterie e loop percussivi accompagnati da organo e basso fino all’introduzione, in un secondo momento, del piano e dei rumori. In questo brano, in cui il fondatore dei NIN lascia libero sfogo alla sua potenza creativa, si raggiunge un climax di sintetizzazioni, drum machine, voce, chitarra, piano che non hanno eguali e che trovano nella batteria perfino l’unica performance live del genio di Mercer nata da un check sound e poi scelta per essere utilizzata per il pezzo. Trent canta la rivalsa contro i maiali che si sono approfittati di lui, ma dei quali ormai non ha più paura perché non gliene importa più nulla.

Il ritmo iniziale di “Heresy” sembra essere uscito dagli anni ’80, indurito da lastre di una pressa meccanica che  vibra i suoi pesanti colpi. La voce effettata e tremolante è impercettibilmente shiftata tra i due canali, a riprova della cura maniacale di Reznor per gli artifici e i dettagli, mentre loop di chitarra incalzano insieme a nuovi strati di drum machine e sample. Attraverso lo stridere raschiante della sua voce, Mr. Self Destruct (aka Trent Reznor) si avvicina allo gnosticismo, scagliando la sua invettiva contro il dio dei cristiani del vecchio testamento; dio di morte, sofferenza e dolore, capace di esigere adorazione per il suo inferno sulla terra; un dio capace di usare la forza vendicativa contro l’uomo e capace di creare un virus (la fede) in grado di uccidere tutti i “diversi”. “Heresy” è stata scelta l’anno successivo dal regista Gregg Araki per la colonna sonora del film Doom Generation nel quale appaiono in un cameo gli stessi Skinny Puppy che tanto influenzarono Reznor durante la realizzazione di PRETTY HATE MACHINE.

Batteria e sequencer aprono una “March of the Pigs” dalla triplice faccia, tre volti nettamente contraddistinti che hanno sembianze affini al punk, all’elettronica e alle più semplici melodie al piano. Le influenze hardcore sono marcate nel ritmo iniziale nonostante siano fin troppo controllate e il successivo e primo cambio di ritmo apre all’elettronica per poi concludersi con il pianoforte che può apparire quasi spiazzante ad un primo ascolto. In questo brano, il polistrumentista denigra chi usa anche i mezzi più abbietti per screditare qualcuno, pur di non sentirsi inferiore nel livore dell’invidia.

In “Closer” la drum machine pompa come un cuore biomeccanico (si veda il video in fine recensione) accompagnato da synth bulicanti. La voce di Reznor è dolce e suadente, fino al ritornello dove la drum machine si fa più dura. Canto e controcanto, sempre dello stesso cantante, si intrecciano in stratificazioni arricchite continuamente da nuove sintetizzazioni, loop, sample e chitarra elettrica. I differenti controcanti rappresentano le voci dissociate nella mente dell’uomo, che è disgustato da ciò che non riesce a fare a meno di fare; un uomo che cerca la salvezza, lontano da se stesso grazie all’aiuto di quella stessa donna che desidera come un animale: per un’esistenza ormai danneggiata, Lei è l’unico modo per avvicinarsi alla grazia. L’anno successivo (1995) il regista David Fincher ha scelto “Closer” per far parte della colonna sonora del film Se7en (Morgan Freeman, Brad Pitt), pellicola che lo proietterà verso i più grandi successi e le future collaborazioni con lo stesso Reznor che grazie a Fincher vincerà l’oscar per The Social Network insieme con Atticus Ross.

“Ruiner” parte con un ritmo orecchiabile che si trasforma ben presto in una sorta di rap elettro-industrial mascherato al punto da essere quasi irriconoscibile. Nuovi colpi di macchinari pesanti vengono vibrati violentemente come battiti, mentre pattern di sintetizzazioni danno spessore accompagnando la voce; la batteria e la drum machine si fondono fino ad essere quasi indistinguibili e il basso precede un bellissimo assolo di chitarra elettrica che prelude la fine del brano. In questa canzone, quasi criptica, ancora una volta Reznor parla di avversari, quelli che gli hanno fatto male in passato, diventati incredibilmente forti e potenti, ma dei quali non ha più paura.

Un piano effettato apre la settima traccia, “The Becoming”, un brano ipnotico che si arricchisce di synth e campioni di urla tratte da Robot Jox, film del 1990 scritto e diretto da Stuart Gordon, famoso per le trasposizioni cinematografiche dei racconti di H.P.Lovecraft (Re-Animator, From Beyond, Dagon, ecc.). Poco oltre la metà, il brano si addolcisce con una chitarra acustica, accompagnata da cori campionati dalla voce di Reznor finché un’esplosione di rumore porta a termine il brano prima che il crossfade apra alla traccia successiva. Reznor canta del cambiamento dopo una delusione d’amore; canta del cuore infranto dal dolore di un uomo lasciato da un’immaginaria Annie, una ferita profonda che ha ucciso l’uomo come la ragazza lo conosceva, creandone uno con un livello più alto di consapevolezza. Per ammissione dello stesso cantante “Annie was abstractly referring to a college sweetheart/ heartbreak situation that, at the time I was writing that song, was a valid source of emotional pain to draw from. Her real name is Andrea Mulrain”.

Riprendendo le note finali di “The Becoming”, loop di batteria introducono la nuova traccia, “I Do Not Want This”, arricchiti da versi inizialmente dolci e poi ripetuti più intensamente, mentre piano e stratificazioni della voce vengono utilizzati come cori. Discostandosi da quest’ultimi, il ritornello è molto più duro: voci urlate e distorte vengono accompagnate dalla chitarra, alla quale si aggiungono, verso il finale, strati di sintetizzazioni e loop. “I Do Not Want This” è il rifiuto verso la vita normale, grigia, opaca e apatica della quotidianità; il rifiuto espresso come rabbia nei confronti di chi ci sottovaluta e crede di comprenderci.

Con i suoi molteplici strati musicali, gli 1:36 minuti che compongono “Big Man With a Gun” sono veloci, violenti, intensi ed energici come una scarica di adrenalina che bombarda il cervello. I diversi livelli e riff di chitarra distorti si sovrappongono verso il climax in un brano che canta e condanna il senso di onnipotenza che un’arma riesce a dare nelle mani dell’uomo; il potere di puntarla contro la testa di qualcun’altro e poter decidere della sua vita e morte; diventare strumento della violenza per sentirsi un “vero uomo”. Il sample all’inizio deriva dalla registrazione di una pornostar mentre ha l’orgasmo, anche se all’interno del booklet viene indicato come “Steakhouse” e accreditato a Tommy Lee.

Con “A Warm Place” finalmente l’album acquista un po’ di respiro dopo un incalzante rabbia trasposta in energica musica. “A Warm Place” è esattamente quello che dice di essere: un luogo caldo e accogliente nel quale riposare; un utero primordiale, un momento di quiete nel quale il cuore può tirare un profondo respiro e lasciarsi andare lontano dal un mondo devastato dalla violenza, dal caos e dalla tirannia, che ci rendono schiavi e nemici l’uno dell’altro, attraverso droga, sesso, violenza e fede! “A Warm Place” si compone di semplici accordi e synth dalle dolci melodie al piano che ci librano nell’aria, lontano dalla tendenza all’autodistruzione della razza umana. Per chi avesse l’orecchio fino, all’inizio del brano è appena percettibile un livello sussurrato, al limite dell’udibile, che ripete per sei volte la stessa frase: “The best thing about life is knowing you put it together”. Secondo alcune voci la canzone sembra essere stata ispirata dalla melodia del singolo “Crystal Japan” di David Bowie uscito nel 1980, ma le differenze sono infinitamente maggiori rispetto alle poche similitudini. Nel 1994 la traccia è stata infine scelta e inserita nel film di Oliver Stone, Natural Born Killers, sceneggiato da Quentin Tarantino, insieme ad un secondo brano fortemente strumentale tratto da PRETTY HATE MACHINE, “Something I Can Never Have”.

“Eraser”, l’undicesima traccia, è un lento crescendo. A sample di lamenti e loop, simili ad un giradischi che suona a vuoto, si aggiungono gli intensi ritmi delle percussioni e chitarre distorte fino all’arrivo della voce. In modo netto, la canzone cambia volto e assume la forma di un ritmo dolce e orecchiabile accompagnato dal piano, finché Reznor non esplode la rabbia della sua voce graffiante tornando alle sonorità iniziali ancora più indurite. Questo brano non è che l’espressione musicale dell’escalation della degenerazione dei rapporti. La canzone descrive il bisogno, la necessità, di trovare una donna, per poi assaporarla, fotterla e usarla, fino ad arrivare al punto di farle male e romperla; giungere al punto di perdere e odiare se stessi dopo aver acquisito la consapevolezza della propria degenerazione autodistruttiva. Nel finale, così come un crossfade introduce “Eraser” da “A Warm Place”, così “Eraser” ci trasporta nella canzone successiva “Reptile”.

“Reptile” è la traccia più lunga dell’album che si apre con un collage di sample tratti dal film Leviathan, pellicola del 1989 diretta da G.P. Cosmatos (Rambo II, Tombstone) e interpretato da Peter Weller. Nella composizione si stratificano le campionature percussive, il basso sintetizzato e la chitarra ritmica in una struttura fondamentalmente di natura ripetitiva. Ricca di sample, oltre a quelli già citati, il brano contiene sezioni tratte da Non Aprite Quella Porta (The Texas Chainsaw Massacre) di Tobe Hooper del 1974 e dal film Aliens di James Cameron del 1986. In “Reptile” Reznor allude a una fantomatica “mentitrice”, una lei che ammalia e induce in tentazione, un essere che nasconde sotto la pelle le squame dei rettili. Lei è la droga dalla quale non riesce a stare lontano; un essere che i diavoli lodano mentre gli angeli sanguinano al solo tocco di chi è già riuscita a contaminare. Il brano denota l’embrione di qualcosa di diverso, una sonorità differente che prelude quella che sarà la chiave di lettura del futuro The Fragile. Già dal remix “Underneath The Skin” –dal titolo più che autoesplicativo- contenuto nel precedente March of the Piggs [Halo 07] è infatti possibile percepire l’evoluzione verso quella che sarà la “Even Deeper” di The Fragile [Halo 14].

La title-track “The Downward Spiral” parla di suicidio ed è strutturata in tre sezioni: la melodia portante di tutto l’album, che dà inizio alla canzone accompagnata da loop, campionature di ronzii e profondi respiri in attesa del grande gesto; la chitarra acustica, che dà aria alla canzone in una sorta di quiete dell’anima; e infine le urla straziate dal dolore forse di chi rinviene il corpo, mentre Reznor recita con voce bassa e quieta l’esperienza della morte. Il cantante dei Nine Inch Nails racconta la facilità del togliersi la vita, unica soluzione per aggiustare le cose generate da una vita trascorsa a rovinare tutto. Questa canzone può essere definita il climax del “Tema” che ha attraversato l’intero album The Downward Spiral rievocato e udibile in altre tre tracce: all’interno di “Heresy” riprodotta alla tastiera, in modo chiaro nel finale di “Closer” e molto simile nel finale di “Piggy”. Come già accennato, l’album è infatti un concept, un corpus unico, che fa proprio del tema del suicidio e l’autodistruzione il proprio oggetto.

“Hurt” è il capitolo finale, è il momento in cui li protagonista si dà all’autolesionismo, facendosi male con le proprie mani solo per vedere se è ancora vivo. Qualcuno ritiene essere il biglietto d’addio del suicida, altri un chiaro riferimento alla dipendenza da eroina. Questa canzone, caratterizzata dalla predominanza della chitarra, si arricchisce inizialmente di synth e della batteria nel ritornello, mentre disturbi, fruscii e loop rumorosi la conducono fino a un’esplosione di rumore che chiude non solo la canzone stessa, ma l’intera opera. “Hurt” è stata soggetta a diverse cover, come quella live fatta da David Bowie in un duetto con lo stesso Trent Reznor durante il “Dissonance” tour del 1995, ma ha vissuto una rinnovata notorietà nel 2002 quando il grande Johnny Cash ne realizzò la più bella e conosciuta.

La Spirale Discendente esce l’8 marzo 1994 per l’etichetta Interscope Records ed è un puro distillato di sperimentalismo, audacia, anticonformismo, tecnica e talento melodico che segna l’affermazione di un nuovo dio nel palcoscenico mondiale, Trent Reznor, ovvero “Mr.Self Destruct”. Obiettivo dichiarato non è solo quello di mettere tutto in discussione, ma anche quello di sperimentare sistematicamente ogni forma di relazione distorta, raggiungendo profondità di delirio mai raggiunte prima. Con questo album il leader dei Nine Inch Nails realizza una serie di quattordici tracce mai uguali a se stesse, prive di una omogeneità stilistica che ne permetta un’agevole catalogazione; un ventaglio di esperimenti musicali e testuali che ambiscono e lambiscono la perfezione tecnica e l’abisso più profondo dell’anima umana. Infatti, come già accennato per la tredicesima traccia, l’unico elemento oltre al soggetto che crea una continuità musicale nel concept sull’autodistruzione è la melodia alla tastiera udibile in “Heresy”, “Closer” e nel climax della title-track “The Downward Spiral” con il probabile intento di creare una linea guida per l’intero album fin troppo eterogeneo.

Dopo averle infrante, Reznor crea dunque nuove regole osando in ogni aspetto (non solo musicale) realizzando un album dai molteplici volti, ma equilibrato in ogni minima componente; un lavoro che rasenta la perfezione, attento ai dettagli in modo maniacale, che crea strutture sinfoniche cariche di capacità comunicative fuori dal comune.

Una frase è ripetuta per tutto l’album e non deve passare inosservata: “nothing can stop me now”, udibile in“Piggy”, “Ruiner” e “Big Man With A Gun”. “Adesso niente mi può fermare”, dice un Trent Reznor che ha il coraggio di “osare” perché non ha più paura!

1) Mr Self Destruct
2) Piggy
3) Heresy
4) March of the Pigs
5) Closer
6) Ruiner
7) The Becoming
8) I Do Not Want This
9) Big Man With a Gun
10) A Warm Place
11) Eraser
12) Reptile
13) The Downward Spiral
14) Hurt

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One thought on “NINE INCH NAILS – The Downward Spiral – 1994

  1. A group of early listeners of the album viewed it as “commercial suicide,” but Reznor did not make it for profit as his goal was to slightly broaden Nine Inch Nails’ scope.

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