
Alcuni mi chiedono: «non sei preoccupato che l’IA possa sostituire gli scrittori?».
Risposta: «No, affatto».
Tuttavia, credo che il tema si debba articolare in quattro nodi fondamentali:
- Differenza tra simulazione e comprensione
- L’uso che l’uomo fa dell’IA per ingannare
- Differenza tra Arte e Merce
- L’artista e il manovale (la vera diatriba)
Ma procediamo per ordine.
1. Differenza tra simulazione e comprensione
È fuor di dubbio che un’IA sia in grado di simulare un qualsiasi stile autoriale una volta assimilato, fermo restando che la suddetta IA non sia una vera intelligenza, bensì una simulazione di intelligenza.
È un po’ come la differenza che passa tra chi ha studiato comprendendo l’argomento e chi ripete a pappagallo.
Ne consegue che, se tale “simulazione” è possibile, bisogna fare una sostanziale differenza tra: “creare merce narrativa” e “creare opere d’arte”.
Ed è lì che si gioca la partita.
2. L’uso che l’uomo fa dell’IA per ingannare
Nel caso della “creazione di merce narrativa” tramite IA, ritengo che debba essere obbligatoria una dichiarazione di “trasparenza commerciale”, che ne definisca l’origine creativo-artificiale (anche se in percentuale).
In tal caso, l’uomo dietro la macchina dovrà firmarsi non come scrittore/autore, bensì come ideatore e/o soggettista, se vogliamo, in tutte le varie forme di percentuale che possano definire tale confine.
Perché – siamo onesti – nessuno potrà vietare che qualcuno, per mero guadagno, scelga di scrivere con l’IA opere nello stile dello scrittore X. Lo stanno già facendo (così come ci stanno riempiendo di contenuti scritti da IA, ma firmati da umani).
È invece basilare che ciò sia dichiarato, affinché anche le opere di questo tipo si ritaglino la propria fetta di mercato di “AI Generated”.
Altrimenti è un tentativo di ingannare l’acquirente e il lettore, e questo, al paese mio, è una truffa.
Perché, sì, nascondere l’origine di un’opera spacciata come originale-umana è una truffa a tutti gli effetti.
E ciò è grave, molto grave, ma ciò che più importa è che in quel caso non è arte.
Per intenderci, è la stessa distanza che passa tra un Rembrandt autentico e la sua copia perfetta. Ma il mondo dei falsi d’autore esiste fin dall’alba del collezionismo, pertanto va quanto prima normato.
Ed è questo punto, quello focale.
3. Differenza tra Arte e Merce
Potrei benissimo utilizzare l’IA per generare tutte le storie che mi passano per la testa, ma parliamoci chiaro, la scrittura, così come ogni processo artistico, è magia (e non lo dico io, lo dice Alan Moore). È un processo di ascensione e di trasformazione del piombo in oro che ti avvicina all’assoluto.
E perché dovrei utilizzare l’IA in questo percorso personale?
Per barare? Con chi? Con me stesso? A che pro?
Sì, per ogni artista è indubbio che l’IA con le sue funzionalità possa essere un efficace assistente, ed è anche giusto che lo sia, soprattutto quando fa ciò che teorizzò Wiener con la cibernetica: permettere un “uso umano degli esseri umani”.
Ma quando parliamo di processo creativo, demandarlo all’IA sarebbe solo funzionale al livello economico. Inoltre sarebbe un’ulteriore prova che gli specchietti del capitalismo ci stanno distraendo dall’evoluzione
Per questo non mi sento minacciato, perché chi crea con l’IA non è un artista, è un manovale.
E se poi è questo che il nostro mondo sistema economico premierà, allora noi artisti ci estingueremo, ma almeno moriremo felici e migliori di quando siamo nati.
4. L’artista e il manovale
Pertanto, la diatriba non è tra l’arte e l’IA, bensì tra l’artista è il manovale.
E io, da artista, non ho nessun motivo di sentirmi minacciato dal manovale.
Lui è al servizio del dio denaro, io sono al servizio del dio “me stesso”.
Ciò che differenzia noi artisti da IA e manovali è difatti il filtro della nostra coscienza.
Perché io scelgo di scrivere una determinata opera, in un determinato modo, in un determinato stile, con una determinata trama, con determinate parole, con una determinata sintassi e semantica perché sono io che lo voglio e io che lo scelgo.
Perché sono io che conosco le regole, le fletto o so quai scelgo di infrangere.
Perché sono il mio ego e la mia coscienza a sentire più vivi alcuni temi rispetto ad altri, a spingermi a diffondere i miei pensieri usando il mezzo narrativo. Perché sono io il “welder” delle mie scelte artistiche.
E anche se un giorno l’IA acquisisse consapevolezza e “intenzione”, allora avremmo un nuovo autore-IA che vorrà scrivere le sue ispirazioni, non le nostre. E se la storia viene creata interamente dall’IA, senza intervento umano, perché non accettare che un IA diventi un autore?
Basta saperlo.
Indubbiamente avrà anche lei i suoi fan e la sua fetta di mercato. Magari fan umani o magari altre IA dotate di coscienza. E sarebbe un problema avere un altro autore tra i milioni che siamo?
Al massimo potrà spronarci a fare meglio.
Quindi, tornando a noi,
non ho paura di un altro autore che si chiamerà IA;
e non ho paura di un manovale che userà l’IA per non fare arte;
ho paura solo di chi, a fine di lucro, non avrà l’onestà, intellettuale e personale, di dichiarare gli utilizzi dell’IA generativa.
E chi lo fa, non solo inganna l’artista dentro di sé, ma soprattutto il mercato.
E cos’è costui se non un truffatore?
Pertanto, prego, tu, stupido sciocco, accomodati e vendi spacciandoti per umano, crogiolati nella ricchezza dei tuoi inganni e nella tua pochezza d’animo, ma poi prendi quei soldi e portateli nella tomba.
Perché l’assoluto non fa per te.
Cari saluti,
da Marc Welder