
Il riverbero dell’articolo di Mauro Covacich su La Lettura all’interno della comunità fantascientista è stato tale da superare le barriere dei social e raggiungere perfino me, nella vita reale; io, che sono interessato alle socializzazioni digitali tanto quanto a un tubero che cresce in Patagonia.
Quella che doveva essere la pietra dello scandalo, tuttavia, non mi ha reso iracondo o colpito nelle viscere, bensì mi ha solo amareggiato. Forse proprio per questo ho trovato l’articolo in questione stimolante per scrivere finalmente questa contro-riflessione sulla natura della fantascienza che elaboravo da tempo.
A meno che non si tratti di mera provocazione per aprire realmente un dibattito, mi ha stupito soprattutto leggere che un autore e insegnante di scrittura creativa sia rimasto a un’idea di fantascienza ormai obsoleta da quasi settant’anni.
Ma non ne faccio una colpa.
Ripenso solo a me e a quando da ragazzino ero vittima degli stessi pregiudizi e della stessa cecità intellettuale. Senza una guida, senza un buon consiglio, senza una stella che indichi la strada è facile essere ciechi, smarrirsi. E anch’io ero smarrito.
Poi proprio l’amore per Blade Runner mi ha spinto ad approfondire, a capire, a scoprire che oltre alla narrativa di entertainment, c’era ben altro… molto altro… e questo circa dagli anni ’60, quando la New Wave per prima spinse l’accelerazione sulla dignità letteraria della fantascienza, spingendola a superare il traguardo dei limiti dei pregiudizi aprendosi alla critica sociale, al superamento di tabù, alla sperimentazione linguistica e stilistica, fino a sfornare classici moderni indiscutibili come Ballard, Le Guin, Dick, Vonnegut e Ellison (sì lo è).
Non scrittori di fantascienza, bensì scrittori.
Punto e basta.
Perché il genere è lo strumento per la narrativa speculativa (o fantascienza), che sì, certamente potrà contenere opere di mero intrattenimento, ma tante quante altri generi più mainstream.
Solo perché ci possano esser alieni, viaggi nel tempo o altre forme di meraviglie, non significa essere indegni.
Dopotutto, cos’è Blade Runner se non la risposta a “cosa accadrebbe all’identità dell’uomo se si riuscisse a replicarlo? Cosa ci renderebbe diversi dalle repliche? Cosa ci rende umani?”.
E cosa sono molte opere di Dick se non la risposta alla domanda “cos’è la realtà se non la percezione della realtà? E se i nostri sensi fossero ingannati o potenziati, quale sarebbe la realtà percepita?”.
E cos’è 1984 se non la risposta alla domanda “come sarebbe una società super controllata e omologata, nella quale perfino la storia viene riscritta a piacimento per manipolare? E quanto sarebbe diversa dalla nostra realtà?”.
Infine, cos’è Solaris se non una riflessione su “cosa accadrebbe se fossimo costretti a convivere con le materializzazioni dei nostri traumi? Come potremmo imparare a conviverci?”.
Perché è questo che fa la Speculative fiction: flettere, riflettere e far riflettere.
Non ha il ruolo di predizione, di dire cosa accadrà nell’anno xxxx, non siamo indovini, non facciamo né i maghi alle fiere con palle di cristallo e men che meno facciamo gli oroscopi. Ancora meno facciamo gli inventori e necessitiamo progettare tecnologie realistiche per vederci soffiata l’idea da chi ne realizzerà il progetto. Non mi pare che qualcuno stia pagando i diritti a Asimov per le sue leggi sulla I.A. e i suoi Robot.
Il ruolo dello scrittore di fantascienza, in realtà, è ben altro. È quello di flettere la realtà, quanto basta per fornire una riflessione distorta della sua immagine, al fine di far riflettere il lettore.
Perché il potere della fantascienza non è nella predizione, ma è nella capacità di fungere da allegoria della realtà.
È un po’ come la differenza che passa dal “dire a qualcuno che è un idiota” al “farglielo intendere”. Nel primo caso la realtà verrebbe negata, ma lasciando riflettere quella persona, portandolo a riflettere, a farsi domande, si dà modo alla consapevolezza di maturare e farsi avanti.
Infine c’è solo una precisazione da aggiungere, là dove si scambi la visionarietà cinematografica con una migliore qualità di fantascienza: i medium sono differenti, così come gli organi di percezione necessari alla loro fruizione, punto.
Un film lo percepisci con gli occhi, con le orecchie, tutto spiattellato in faccia, seppur meraviglioso.
Un libro no, lo percepisci con l’occhio dell’immaginazione.
Alla luce di ciò, mi pare ovvio che leggere Dune sia diverso da “vedere” Dune, eppure la meraviglia della lettura del romanzo nulla toglie a quella della sua visione.
Sono meraviglie diverse, e avete rotto con “è meglio il film o il libro?”.
Continuare a paragonarli, o ritenere uno migliore dell’altro, è ormai primitivo.
Una volta era definibile sense of wonder, poi tutto ciò è migrato negli effetti speciali, infine è morto con la computer graphic. Sì, ok, bellissima, ma non è più quella meraviglia del “so che è impossibile eppure sembra più reale del reale”, perché lì, dove tutto è possibile, ormai niente è più meraviglioso.
Tutto diventa mera estetica, senza una storia alle spalle che sfrutti il vero potere della fantascienza.
Una volta il sense of wonder era nella fantasia dei grandi scrittori, poi quella meraviglia è stata strappata via e demandata agli effetti speciali e ciò che resta ancora in vita è solo nei pratical e make up effects.
Quelli sì che suscitano ancora vera meraviglia.
Ma parliamoci chiaro, alla fine, l’unica cosa che differenzia veramente le storie sono le persone.
È di loro che ci interessa, non del mondo X nel tempo Y nella realtà Z.
Ciò che interessa è solo l’animo umano, sempre e in ogni forma di letteratura, e posizionarlo nella speculative fiction ci dà solo la possibilità di esplorare l’altrimenti inesplorabile, di posizionare anime in condizioni estreme e vedere come si comportano.
Perché è così che impariamo qualcosa su di noi.
È così che scopriamo chi siamo.
Che viviamo altre vite, confrontandoci con altre e infinite realtà.
Perché è questo che fa la lettura.
E la fantascienza lo fa più di tutte.
Buone letture da Marc Welder