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FEAR FACTORY – The Industrialist – 2012

Due anni dopo il grande ritorno sulle scene, i Fear Factory proseguono la loro avventura con un concept che continua il percorso musicale intrapreso con il precedente “Mechanize”. Della formazione troviamo, in questa occasione, solamente il cantante Burton C.Bell ed il chitarrista Dino Cazares. Per questo disco il duo si è avvalorato di una drum machineprogrammata dallo stesso Cazares, con l’ausilio del batterista dei Devolved, John Sankey. Che fine ha fatto Gene Hoglan, dunque, reclutato due anni fa? E’ presto detto: tramite un poco riconoscente sms viene messo al corrente che la band avrebbe fatto a meno di lui e la cosa, giustamente, non viene presa proprio bene dal buon Gene; Hoglan non è comunque il tipo da far polemiche e non risponde nemmeno al messaggio. Viene assoldato da li a breve niente poco di meno che dai thrasher Testament, dunque il proseguo della sua carriera può dirsi più che soddisfacente. Il bassista Byron Stroud preferisce concentrare tutte le proprie forze al suo progetto 3 Inches of Blood e quindi le parti di basso vengono nuovamente affidate a Dino. Per le date live, invece, vengono reclutati il bassista Matt Devries (ex chitarrista dei Chimaria ed ex bassista dei deathster Six Feet Under) e Mike Heller, batterista di grande talento proveniente dalle band Maglignancy e System Divide. Le liriche vengono scritte interamente da Burton e prendono spunto da un breve romanzo da lui stesso scritto in cui viene narrata la storia di questo “The Industrialist”, un cyborg che dentro di sé cela il desiderio di provare le sensazioni umane e di vivere indipendentemente, ma troverà solamente discriminazione da parte dell’uomo, che lo porterà a provare dei sentimenti come sofferenza e ripudio. Non tutto il male viene per nuocere, dato che il contesto gli “regalerà” comunque un motivo per vivere e per migliorare la propria esistenza. La scelta di usare una drum machine non sminuisce il lavoro svolto in questo disco; bisogna dire, però, che avendo avuto il gruppo dei mostri sacri dietro le pelli, quali il grandissimo Raymond Herrera (il quale è, a parere di chi scrive, IL batterista dei Fear Factory) ed il mostruoso Gene Hoglan (il quale non ha certo bisogno di presentazioni), ci si aspettava, anche a mo’ di collaborazione saltuaria, per lo meno qualcuno in grado di eguagliare il livello dei due sopracitati. Comunque sia, questo “The Industrialist” conferma quanto di buono fatto nel disco precedente, alzando in alcuni casi il livello qualitativo, ma a volte risultando un po’ troppo statico. Vediamo quindi di addentrarci ancora una volta in un mondo futuristico creato ad hoc per esaltare e confermare le qualità del gruppo di Los Angels; ecco a voi The Industrialist.

“The Industrialist” (Title track) inizia con una delle intro più affascinanti ed apocalittiche mai create dal gruppo, con suoni digitali semplici in grado di creare un’atmosfera desolante e di grande effetto, con in sottofondo una voce “meccanizzata” che recita così: “They say the world was coming to an end… Well… It was by our own hand. Turned out the world kept turning, only we ended. Punishment of faith creating animosity between our brethren… the dissolution of the humanity in all cultures… The reluctance of acceptance for others… Bigotry, ignorance and narrow mindedness destroying our world… Destroying our world…” (Dicono che il mondo stesse giungendo ad una fine… Beh… Fu per opera delle nostre stesse mani. Continuò comunque a girare, solamente noi fummo spazzati via. Il castigo della fede genera risentimento tra i nostri fratelli… L’estinzione dell’umanità in ogni singola cultura… La riluttanza dell’altrui accettazion, la Xenofobia, l’inciviltà e la ristrettezza di vedute stanno distruggendo il nostro mondo… Stanno distruggendo il nostro mondo…”). Il tutto non è altro che la visione ed il pensiero di questa creatura, la quale inizia a rendersi conto che l’uomo sta distruggendo il proprio mondo per colpa della sua grettezza e che i segnali di questa fine erano manifesti già da tempo, ma essendo stati ignorati si è arrivato al punto di non ritorno, con un pianeta in forte crisi dove ogni equilibrio è stato alterato. “Slaves to incorporation, hate that excludes no one, enforced by the laws of reception, chained to the systematic suppression” (“Succubi dell’incorporamento, un odio che non esclude nessuno, imposto dalle leggi dell’inganno incatenato alla sistematica soppressione”) tutto l’egoismo umano, l’odio che proviamo verso noi stessi è la causa principale della morte del nostro pianeta. Ormai non esiste ne una cura ne una speranza perché la sete di potere, la voglia eccessiva di progresso e la noncuranza verso tutto ciò che è vitale è arrivata al limite e dobbiamo rassegnarci a vivere in un mondo che lentamente sta morendo e noi con lui. Musicalmente parlando, un’esplosione introduce chitarra e batteria con in sottofondo dei suoni che richiamano una fabbrica intenta a produrre macchine robotiche. Successivamente, l’attacco di doppia cassa è a dir poco incredibile e spiana la strada alla chitarra di Dino, che a sua volta prepara la scena a Burton, il quale subito e con notevole aggressività colpisce l’ascoltatore. I riff di Cazares sono monolitici quanto basta ed il cantato è cattivo al punto giusto, mentre il ritornello, pur non brillando particolarmente, risulta comunque ben bilanciato e di buon spessore tecnico. Qualche bell’effetto computerizzato risalta il sound potente dei nostri e dopo una dose di batteria che si destreggia tra rullante e pedali, Burton urla con discrezione e sentiamo partire un leggero assolo che si alza sempre di più, preparando una breve strofa che si trova ad essere travolta dal chorus, il quale si ripete praticamente fino a fine brano, momento in cui il ritmo si smorza un po’ ed a risaltare è la sezione ritmica, con qualche vocalizzo in sottofondo che di fatti, dopo un’ultima frase, pone fine alla track di apertura. Questa prima song si fa particolarmente apprezzare per aggressività sonora e compositiva, ed è un buon biglietto da visita per il proseguo dell’ascolto. L’unico appunto che si può fare è che forse si crogiola un po’ troppo in una sorta di ripetitività, ma comunque è altamente godibile e l’introduzione iniziale è perfetta per “battezzare” letteralmente ogni set-list dei loro concerti.Recharger” inizia con un bel connubio chitarra/batteria di ottimo spessore, un connubio che si prepara per la cavalcata iniziale, la quale risulta imponente nel suo incedere furioso. Inizia la prima strofa ed anche qui l’impatto è piuttosto violento, con Burton intento a colpirci al volto con tutta la sua violenza e Dino a fare da perfetto accompagnatore di distruzione. Ecco che quasi immediatamente i nostri ci rifilano il ritornello e per la prima volta in questo disco sentiamo le clean vocals di Bell, che sono incredibilmente affascinanti e danno al chorus un’impronta incredibile, facendolo risultare orecchiabile ma al tempo stesso molto personale ed avvincente, per nulla scontato o “facile”. La doppia cassa emulata dalla drum-machine è spietata quanto precisa e le tastiere di Ryhs Fulber sono come sempre vincenti, mettendo il loro sigillo anche in questo caso. Seconda strofa ed il cantato risulta piuttosto filtrato, ed al contempo più aggressivo che mai, complice anche qualche effetto. Un “indizio” che ci fa intendere come la band sia in forma smagliante e voglia ribadirlo dando al successore del bellissimo “Mechanize” un disco degno del loro nome. Altro ritornello, sempre bellissimo ed accattivante, che viene non solo allungato leggermente, ma addirittura arricchito di nuova lirica ancora più bella e spettacolare, che conclude probabilmente la miglior canzone del lotto. “I have become their target for revenge, knocked down and transform my hatred within, dependence brings subservience, losing sight enslaved obedience” (“Sono diventato il loro bersaglio solo per vendetta, mi hanno abbattuto, hanno trasformato dentro di me l’odio, la dipendenza porta alla sottomissione, perdere la vista porta ad essere succubi all’obbedienza”) il nostro automa capisce di essere diventato un bersaglio da parte dell’uomo, lo stesso che lo ha creato ed ora lo rifiuta, cercando di terminarlo. “Open your scars and the sky opens wide, see a new world in your eyes, believe in yourself and you will survive” (“Apri le tue cicatrici e si spalancherà il cielo, guarda il nuovo universo attraverso i tuoi occhi, credi in te stesso e sopravvivrai”), la convinzione di non abbattersi davanti alle difficoltà è palese in questo testo, bisogna credere in noi stessi, in quello che facciamo ed in quello che siamo, questo è l’unico modo di sopravvivere e di prendere coscienza delle proprie capacità. Come il nostro protagonista, che ormai emarginato, cerca di trovare in lui un minimo di autostima, per poter vivere. Il cyborg sta assimilando parte delle emozioni che noi umani siamo in grado di percepire e di provare: non è facile convivere con queste emozioni, ma è la chiave per non soccombere e non farsi schiacciare dagli altri che credono di aver diritto a controllare le vite altrui. Mai perdere “la vista”, dunque, e mai accettare di inginocchiarsi dinnanzi a qualcuno. New Messiah”, terza traccia di “The Industrialist”, parte anch’essa con un suono cupo digitale che immediatamente si tramuta quasi in un rumore di elicottero, però quasi offuscato, “ovattato”. Dino inizia a sciorinare un riff tagliente e pesante, subito raggiunto da un connubio di doppia cassa chirurgica e ride preciso. Burton, senza fronzoli di sorta urla “The future begins now!” (“Il futuro inizia ora!”) e mette subito le cose in chiaro, con un’aggressività senza pari. La potenza sprigionata è palese, e la prima strofa smorza leggermente un po’ i toni, restando comunque su livelli di cattiveria piuttosto elevati. Il chorus si presenta quasi immediatamente ed è cantato in pulito, ma il tono non è cristallino come si possa pensare e rimane appositamente ruvido e particolare. Spicca il bel gioco di doppia cassa e una strumentazione che si mantiene sempre bella corposa, coadiuvata da qualche leggero effetto futuristico. Si riparte con la potenza distruttiva iniziale, un’altra strofa bella carica di groove ci attende e spalanca le porte per un secondo ritornello che viene spezzato da qualche colpo ripetuto di rullante e chitarra “secca”. Da lì a breve, il buon Dino ci spara un riff roccioso e Bell urla per l’ennesima volta le parole “Future begins now!”, le quali vengono espresse in maniera esemplare. La sezione ritmica riprende a macinare come una macchina da guerra e viene introdotta una breve strofa molto ben eseguita, con una chitarra dotata di effetto riverbero forse un po’ troppo accentuato, che viene lasciata concludere in solitaria. Il chorus viene riproposto inizialmente come in precedenza, ma viene dilungato brevemente con la voce di Bell che si rincorre tra clean e aggressività, ed un suono strumentale dotato di grande effetto digitale che difatti chiude uno dei brani più cattivi dell’intero disco. The future beings now! Hour of change, cruel exploitation, chaos and bloodshed, cause of hate a new messiah, another lie” (“Il futuro inizia a partire da ora! L’ora del cambiamento, crudele sfruttamento, caos e bagni di sangue dominano, principio d’odio un nuovo messia, un’ulteriore menzogna”). L’automa vede tutta la crudeltà di cui è capace l’essere umano: bagni di sangue causati da guerre senza quartiere, lo sfruttamento delle risorse naturali da parte di gente senza scrupoli, nefandezze che fanno capire al nostro cyborg quanto sia atrocemente crudele la razza umana, ed il pensiero che un messia possa salvare questi esseri così crudeli lo porta a credere che sia solo un’altra menzogna inventata dall’uomo per speculare sui più deboli. Il vero messia, quello che si sostituisce al vecchio, è infatti l’Odio. Tutto questo caos porta il robot ad immagazzinare sempre di più le emozioni che noi proviamo, e viene spinto dal desiderio di capire sempre di più come noi pensiamo, come viviamo ogni giorno e come siamo in grado di affrontare le difficoltà. Il problema è che tra tutte le emozioni possibili, quelle che affiorano con maggior veemenza sono proprio quelle negative che causano odio verso noi stessi, e di conseguenza totale disprezzo verso tutto ciò che ci circonda. God Eater” è una traccia piuttosto particolare, dove a farla da padrone sono gli effetti futuristico/digitali che vengono propinati a ripetizione. Ad un primo ascolto potrebbe risultare piuttosto inusuale e con poco appeal, ma dopo vari ascolti si percepisce la vera essenza del pezzo (profondamente legata alle liriche) e risulta anche molto riascoltabile, nonostante si discosti un po’ dal resto dell’album. La partenza è dettata da un suono quasi lugubre e smorzato, che viene raggiunto da dei rintocchi di tastiera che sembra far da colonna sonora alla disperazione generale. Bell canta con tonalità bassissima per poi colpire con ravveduta aggressività, e la sezione ritmica funge da perfetto accompagnamento. La drum-machine è pesantissima nel suo incedere lento e opprimente, e quando viene proposto il ritornello Bell sfodera le sue clean vocals, molto belle e soprattutto accattivanti. Di lì a breve ritroviamo la pesantezza moderata che caratterizza il brano: i synth vengono continuamente messi in evidenza ma non risultano mai invasivi e sono di gran lunga ben assimilabili e caratteristici, leggera pausa sonora ed il sound si fa ancora più soffocante, il basso è esaltato, chitarra e batteria vanno in sincrono con il pedale (che viene quasi “digitalizzato”) e Bell, con voce filtrata, ci colpisce con tutta la sua ruvidità. Ecco di nuovo gli effetti sonori che sembrano quasi una nenia, tanto sono particolari, e riparte il chorus, sempre affascinante ed avvolgente, il quale sfuma leggermente a favore di voci bassissime ed eco di aggressività, con chitarra potente e basso pesantissimo. Un gioco sonoro ben studiato che viene spezzato da suoni decisamente futuristici e di altri tempi, che finiscono per tramutarsi nei rintocchi di tastiera che avevano caratterizzato l’inizio della song. Sicuramente non è un brano facile e va ascoltato varie volte per apprezzarlo, ma una volta assimilato ci cattura e ci risucchia nel suo ritmo compassato e claustrofobico, e non ci abbandona tanto facilmente. “No gods, no kings… only man” (“Nessun dio, nessun re…solamente l’uomo”), è la conclusione del nostro cyborg, visione delle cose maturata vedendo ciò che succede intorno a lui. L’uomo si crede la razza principale di questo mondo, la razza dominante, e probabilmente è anche vero, darwinisticamente parlando.. ma il “manifesto di superiorità” con cui l’umanità esibisce la propria grandezza è dei più disgustosi. “They are not one of us” (“Essi non sono dei nostri”), qui c’è tutto il ripudio verso le macchine, le quali vengono prese di mira come probabile minaccia verso l’umanità. La tecnologia da noi creata è al tempo stesso disprezzata, è vista come un qualcosa di talmente diverso dall’uomo, che non ne accetta più l’esistenza. Addirittura viene costituita una resistenza per far fronte ad una possibile minaccia da parte di questi androidi.. ma la vera minaccia non siamo in fondo noi stessi, che li abbiamo creati? La verità è che abbiamo paura che possa esserci qualcuno o qualcosa di superiore a noi, e questo non lo accettiamo per principio, per colpa di questa mania di grandezza e di potere che ci portiamo perennemente dietro sin dall’alba dei tempi. Dobbiamo imparare a convivere con cose e persone diverse da noi, e non dobbiamo avere paura di confrontarci, perché si possono imparare tante cose che potrebbero migliorare la nostra vita, non vedendo in ogni cosa una minaccia. Con Depraved Mind Murder” torniamo su binari più consoni alla band: un effetto crescente sintetizzato e un rumore di “avvitatore” ci introducono all’inizio strumentale e veramente di effetto di questa track. Il cantato sopraggiunge (a dir la verità) in modo abbastanza aggressivo, ma al tempo stesso la strofa non brilla per originalità e man mano che avanza si rivela troppo semplice e poco ispirata. Un breve campionamento ci introduce verso la seconda strofa che è troppo simile alla precedente, e la sezione ritmica si basa in gran parte su accordature piuttosto basse ma sempre uguali, che però fortunatamente, con l’arrivo del chorus, mutano sensibilmente a favore di un sound più leggero e ben impostato, con campionamenti ben riusciti e un drumming precisissimo che però ha il difetto di amplificare troppo il suono di ride e di conseguenza va a coprire parzialmente il resto della band. Bell, questa volta, con la sua voce pulita, riesce ad essere incisivo e brillante pur non estendendola troppo, e questo frangente, risulta essere la parte migliore di tutta la traccia. Dino riprende a macinare riff graffianti che preparano una bella cavalcata sonora, con qualche effetto futuristico che spezza un po’ la canzone e per quel che riguarda il cantato, inizialmente la voce è aggressiva ma viene filtrata in modo pesante e convincente, riuscendo a cambiare faccia, per qualche momento, al brano. Ritorna la strofa ed ancora una volta non convince appieno, anche se la potenza sprigionata non è di certo indifferente, ma ancora una volta la semplicità non aiuta certo a far decollare definitivamente la song che nuovamente viene risollevata grazie al ritornello, esaltato questa volta da suoni digitali e da un innalzamento di volume progressivo che si conclude con una buona dose di cattiveria sonora ed altrettanto inquietanti campionamenti che terminano la quinta traccia del disco. “I am a self contained machine prefabricated, no sympathy, my mind laid bare to world depression, my man made soul in isolation” (“Io sono una macchina auto contenuta prefabbricata, senza compassione alcuna, la mia mente giace nuda al cospetto della depressione del mondo, l’uomo ha posto la mia anima in isolamento”), “My heart is a dark shade of metallic dust” (“Il mio cuore è una buia sfumatura di polvere metallica”). “L’industriale” inizia a rendersi conto di essere stato fabbricato dall’uomo e di conseguenza di cosa è composto. Lui è semplicemente una macchina, fabbricata senza sentimento alcuno e privo di anima, ma inconsciamente sta prendendo coscienza di se stesso e capisce che colui che lo ha creato è lo stesso che ora lo odia e lo vorrebbe smembrare; come se fosse un giocattolo, una volta terminata la produzione, lo stupore è grande e la soddisfazione enorme, ma con il passare del tempo ci si stufa e lo si butta via. Come nella vita reale, quando siamo attratti da qualsiasi cosa e non vogliamo farcela mancare assolutamente, una volta ottenuto quello che vogliamo dopo un po’ non sappiamo che farcene e lo accantoniamo come spazzatura. Una mentalità di certo sbagliata, dettata dalla voglia di possedere ogni cosa, ma anche cose che in definitiva non ci servono effettivamente. Il risultato rispecchia quello che siamo oggi, degli esseri privi di qualsiasi tipo di ideale e di buon senso. Virus of Faith” si presenta con suoni decisamente pesanti di synth che richiamano molto una catena di montaggio in fase di lavorazione, ed una voce filtrata (che poi non è altro che il nostro automa) dice: “Hope is threatened scarcity, distortion… what is relevant? Social industrial machines… A future by design” (“Minacciata è la speranza… penuria, stravolgimento… cos’è rilevante? industriali macchine socioattive… Un avvenire dettato dal design”). Che cos’è importante? Qual è la cosa a cui teniamo di più? Non è la speranza, di quella non ce ne facciamo niente, a noi interessa il progresso, interessano le cose belle e funzionali, vogliamo il meglio di qualsiasi cosa e non ci importa di avere sentimenti o speranze, siamo legati alle cose futili. Il nostro protagonista capisce molto, dunque, riguardo al comportamento di noi umani ed è deciso ad imparare molte altre cose per capire cosa ci spinge ad assumere questo atteggiamento. “Virus of faith! Invoking God to spite enemies, judge mankind implicitly, kill everyone who does not see, kill everyone who does not believe” (“Virus della fede! Invochi Dio per indispettire i nemici, Dio, che giudica implicitamente l’umanità, che ammazza chiunque non veda, che ammazza chiunque non creda”). La fede viene vista come un espediente per confondere la gente e per renderla debole. Chiunque non crede in qualcosa viene ucciso solo perché qualcuno ce lo impone. Non siamo più liberi e dobbiamo per forza stare alle regole che ci vengono imposte. Chi non le accetta sarà isolato, umiliato ed ucciso. Purtroppo è quello che accade ai giorni nostri, con religioni che ci vengono imposte di forza perché sono credute superiori, chi ha il coraggio di non seguirle e di credere nelle proprie vere radici viene visto come un nemico. Quello della fede effettivamente può essere interpretato come un virus che infetta gran parte delle persone che vanno a predicare il proprio culto; ognuno è libero di credere a ciò che vuole come è giusto che sia, ma non deve imporre agli altri i propri ideali. Parte la base ritmica abbastanza pomposa ed accattivante, che viene raggiunta da un discreto elemento elettronico. La prima strofa è piuttosto aggressiva e ben strutturata, con una buona dose di cattiveria che introduce un ritornello breve e ben bilanciato, con clean vocal davvero ben fatte ma che sanno di già sentito (da quel che abbiamo avuto modo di ascoltare, nel corso dell’album). Altra strofa sempre caratterizzata da una buona dose di violenza e il ritornello torna in forma più lunga e risulta molto espressivo, con l’aggiunta di una nuova parte, per la verità piuttosto ripetitiva, ma che comunque fa la sua scena e chiude a livello lirico la song, che avanza per una quarantina di secondi ancora con note di chitarra in toni medi e qualche rintocco di basso. Ad essere messi in evidenza sono dei campionamenti piuttosto desolanti che lasciano una sensazione di abbandono e rassegnazione, dando un tocco leggero al pezzo che pur non essendo esageratamente aggressivo si fa ben apprezzare. Peccato solo che il chorus assomigli, a livello interpretativo, ad un paio di song già presenti, e la sensazione è quella che in questo caso le idee probabilmente siano un po’ venute a mancare. Difference Engine” parte leggermente in sordina con suoni elettronici non troppo alti di volume, che ipotizzano una bordata sonora. Infatti così è, dopo qualche colpo di batteria che si destreggia tra rullante e pedale, veniamo investiti da una potenza devastante dettata da riff di chitarra belli potenti e sempre da una batteria molto intrigante. Qualche rullata e parte Burton con la prima strofa, leggermente filtrata e tenuta a freno per qualche momento per poi esplodere nuovamente con una strumentazione di gran livello e tastiere molto atmosferiche che arricchiscono per bene la proposta musicale dei nostri. La rabbia espressa da Bell nel suo cantato è impressionante e il ritornello è aggressivo come non mai, andando poi a scontrarsi con un leggero rallentamento, attimo in cui la voce si tramuta in un clean che smorza di parecchio i toni esasperati fin qui espressi. Altra breve rullata e si riparte in pompa magna con una cattiveria non indifferente, dove a farla da padrona è si la strumentazione generale e l’espressività vocale, ma è Fulbers che con il suo tocco industriale riesce a reggere alla perfezione tutta la song dandole vita propria. Una traccia breve che però risulta essere una delle migliori del disco e concentra in pochi minuti sia una violenza non indifferente che una melodia, se possiamo dire così, ben congegnata e particolare. “Human affliction ever grinding us down, blood fuels the engine of dissension, we are scabs and the scars now” (“L’umana afflizione ci sbriciola, è sempre il sangue che alimenta il motore del dissidio noi siamo croste e cicatrici ora”) “We are nothing in the end.. betrayed and disowned to suffer alone” (“Alla fine, noi non siamo nulla.. traditi e ripudiati per soffrire soli”). In pochi versi viene racchiusa e raccontata quella che sarà la nostra fine. Saremo traditi da noi stessi e dalle cose che abbiamo creato, perché la natura di noi umani è questa; tradirci a vicenda per essere superiori l’uno nei riguardi dell’altro, ma così facendo rimarremo soli, abbandonati nel nostro dolore e nel nostro silenzio, a ripensare alle nostre insulse azioni e a quello che siamo stati in grado di provocare. La tristezza nel vedere un popolo evoluto come il nostro ridursi in questa maniera è molta, e il nostro automa adesso lo capisce benissimo. Sta ancora lì a guardare, ad osservare la pochezza della razza umana mentre si autoelimina e mentre cerca di terminare le creature di cui anche lui fa parte. Il perché di queste azioni ancora non ci è noto ma probabilmente fanno parte della nostra natura e il nostro subconscio ci porta all’autodistruzione. Disassemble” è l’ultima canzone cantata, dato che le ultime due sono interamente strumentali. Un rumore crescente di chitarra e synth introduce la drum-machine che tra doppia cassa, piatti e rullante ci dà dentro parecchio, prima di essere interrotta da Burton che inizia a cantare in maniera aggressiva ma in verità non troppo convincente, complice anche una chitarra non particolarmente brillante. La strofa non brilla di certo per originalità e il ritornello non è sicuramente all’altezza dell’intero lavoro, anche se qualche elemento digitale risulta abbastanza piacevole. Un intermezzo strumentale con Dino che abbassa i toni della sua sette corde e ci propina un riffing pesantissimo e devastante, con Bell questa volta che aggredisce l’ascoltatore con efferata cattiveria, il brano prosegue bene per poi purtroppo ripresentarci il chorus non troppo convincente che, come in precedenza, viene sorretto ottimamente solo dai suoni digitali mentre sul finire, con sorpresa, riappaiono le voci pulite davvero ben fatte e quasi rilassanti. Una song che con ogni probabilità è la più debole del lotto ma che contribuisce con qualche buona trovata a non abbassare il livello complessivo di questo lavoro, rimanendo su buoni standard qualitativi. “What you cannot see? Is not what it seems to be? Your life manufactured to be disassembled… your world dehumanized godless, desensitized your mind insignificant” (“Cosa non riesci a scorgere? Non è ciò che sembra essere? La vostra vita fabbricata unicamente per essere distrutta, il vostro mondo deumanizzato senza dio, la vostra mente insignificante viene desensibilizzata”). Il cyborg si chiede cosa non riusciamo a capire e perché disprezziamo tanto la vita. Lui è stato fabbricato e non ha provato le emozioni che si possono provare crescendo e vivendo la vita. Noi abbiamo questa opportunità ma il nostro mondo ormai è corrotto e inumano, perché lo abbiamo reso così, buttando all’aria la grande fortuna di provare dei sentimenti? Non esiste più un dio in questa terra, lo abbiamo allontanato con i nostri comportamenti e le nostre menti ormai non sono altro che materia insignificante. “I am your fate to bring your world of hate to a final end, for my existence i will tear you down, burn you to the ground” (“Io sono il vostro fato, porterò il vostro mondo di odio ad una fine ultima, per la mia esistenza vi raderò al suolo vi incenerirò”). L’Industriale capisce che per lui ormai non c’è più speranza ed è conscio che la sua fine sta per arrivare. Prima però vuole farla pagare a chi lo ha creato e ripudiato e promette di porre fine al nostro mondo e alla nostra vita. Il rancore si è manifestato dentro di lui e ora capisce cosa si prova ad essere biologicamente un essere umano; col senno di poi non avrebbe forse voluto esplorare i sentimenti e distaccarsi da quello che è una macchina in tutto e per tutto, ma ora si rende conto che non avere emozioni è forse la cosa migliore, dopo quello che ha visto, e consapevole ormai dell’orrore che ci circonda decide di porre fine a tutto. Religion Is Flawed Because Man Is Flawed” è una brevissima traccia strumentale dove arpeggi di chitarra si sposano alla perfezione con suoni di tastiera e synth che evocano solitudine da ogni nota, dove la leggerezza è predominante e la sensazione di abbandono è palesemente espressa. Sostanzialmente il brano è di per sé tutto uguale e si lega senza stacchi di sorta quella che è l’ultima traccia di “The Industrialist”, ovvero Human Augmentation”. Nove minuti di rumori elettronici e robotici, dove a differenza della precedente song viene enfatizzata non una sensazione di leggerezza, ma al contrario un qualcosa di claustrofobico, quasi disturbante e contorto, un insieme di suoni dove non troviamo nessun tipo di strumento, ma voci inquietanti di cybog, quasi un’armata intenta a pianificare un attacco imminente. Tra effetti laceranti e compulsivi ci troviamo ad immaginare di vedere l’automa che costruisce altri suoi simili e che, una volta ultimati, si rechi su un promontorio e chiami a raccolta le sue creazioni per poter dare inizio allo sterminio umano. La voce meccanica è impressionante dal punto di vista emotivo, ed è di un’inquietudine esagerata. L’eccessiva lunghezza non aiuta sicuramente l’ascolto, ma se analizziamo ed ascoltiamo bene veniamo trasportati in un’altra dimensione, quasi in una sorta di mondo parallelo dove non possiamo muoverci e possiamo solamente osservare ciò che accade intorno a noi.

Concludendo, possiamo dire che finalmente abbiamo la conferma di come la band si sia del tutto ritrovata, con idee chiare, con concetti di base vincenti e propensione a continuare un cammino interrotto troppe volte. Certamente non siamo ai livelli dei primi lavori, ma le coordinate sono quelle giuste e questo album ne è la conferma. Più omogeneo rispetto al precedente per quanto riguarda le liriche, come abbiamo visto in questo platter viene raccontata la storia di un inizio di ribellione da parte delle macchine, ribellione avuta inizio dopo aver imparato ed assimilato le emozioni umane e quindi grande elemento di novità, in quanto il punto di vista non è più quello della parte umana come accadeva nei primi lavori del gruppo, anzi, viene portato in auge quello della controparte meccanica. Unico “difetto” del disco è quello di risultare leggermente inferiore ai precedenti, per quanto riguarda il sound in generale, sul quale l’instabilità della line-up ha inesorabilmente avuto un peso, penalizzando il risultato finale che comunque rimane su ottimi livelli. La scelta di non avvalersi di un vero batterista è stata rischiosa ed anche se il risultato finale può dirsi completo, a volte si ha la sensazione che manchi qualcosa a livello di accompagnamento, un accompagnamento che sarebbe dovuto risultare che solido e personale. Un album che gode di una prima parte veramente di alto livello ma che perde un po’ verso il finale con qualche ripetizione di troppo. Possiamo tranquillamente trovare dei brani che diventeranno dei classici dal vivo, come l’opener e le due canzoni seguenti, che sono dotate di un appeal vincente e convincente, e altre che si faranno comunque ascoltare piacevolmente. Bisogna dare un merito particolare al produttore Ryhs Fulber, il quale è l’unico in grado di capire cosa serve per caratterizzare un brano dei Fear Factory. Il lavoro svolto in questo caso è veramente eccezionale. Resta il fatto che la voglia di andare avanti c’è tutta e non vediamo l’ora di mettere le mani sul prossimo capitolo discografico della band per avere un’ulteriore prova circa lo stato di salute dei nostri, sperando di trovarci di fronte ad una line-up finalmente stabile e soprattutto che sia in grado di lasciare il segno come da tradizione. Avanti tutta dunque, dato che, essendo i nostri consapevoli di essere dei musicisti eccezionali, possiamo solo sperare in un futuro sempre migliore per la band, e se questa seconda giovinezza si rivelerà vincente crediamo vivamente che il prossimo lavoro sarà almeno per i fan qualcosa di imperdibile e magari riavvicinerà chi fino ad ora era scettico sul loro ritorno.

1) The Industrialist
2) Recharger
3) New Messiah
4) God Eater
5) Depraved Mind Murder
6) Virus of Faith
7) Difference Engine
8) Disassemble
9) Religion is Flawed Because man is
Flawed
10) Human Augmentation

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