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NINE INCH NAILS – Hesitation Marks – 2013

Trent Reznor e i Nine Inch Nails tornano finalmente in scena dopo un’attesa durata diversi anni. Dall’ultimo album, The Slip (Halo 27, 2008) ne sono passati ben cinque, nei quali Reznor non è stato certamente con le mani in mano, ma ha trovato il tempo per gli How To Destroy Angels, per sposarsi con la loro cantante Mariqueen Maandig, avere da lei due figli (Lazarus e Balthazar) e comporre due original soundtrack, nello specifico “The Social Network” (per la quale ha vinto l’Oscar con Atticus Ross) e “The Girl with the Dragon Tattoo”, memorabile per la cover di “Immigrant Song” deiLed Zeppelin. Inutile negare che l’attesa per il ritorno dei NIN era grande dopo la chiusura del progetto alla fine del tour del 2009, ma tutti sapevamo che prima o poi Trent sarebbe tornato e ha scelto di farlo con Hesitation Marks (Halo 28), all’apparenza un concept sui segni dell’esitazione che lascia sul proprio corpo chi tenta un suicidio, cicatrici solitamente dovute alla mancanza di decisione nei propri atti autolesionisti. L’album, effettivamente, è ciò che dice di essere: un segno dell’esitazione, un momento di passaggio tra la fine dei vecchi e i nuovi Nine Inch Nails sotto più punti di vista. Tanto per cominciare dai tempi degli scontri con la TVT il genio di Mercer torna a essere (co)prodotto da una major, la Columbia in America e la EMI/Universal in Italia, cosa che ha dettato non poco scalpore dopo che Trent per quasi tutta la sua carriera ha fatto dell’autoproduzione il proprio vessillo, il proprio cavallo di battaglia contro tutto e tutti. In merio a questo egli stesso ha ammesso in alcune interviste rilasciate che il proprio progetto musicale (NIN) aveva ormai raggiunto l’impasse dettato dalla propria massima espansione oltre la quale non poteva andare se non attraverso l’affidarsi a terzi; se ciò sia vero non ci è dato saperlo, ma ci auguriamo, quantomeno, che ciò abbia lasciato libero Trent di occuparsi della componente creativa senza influenze esterne. Con un Reznor tuttofare e una produzione coadiuvata da Atticus Ross e Alan Moulder, la formazione è nuovamente rinnovata, ancora una volta, con unici reduci Alessandro Cortini e Ilan Rubin, ma arricchita dall’arrivo di Eric Avery dei Janes Addiction, Adrian Belew dei King Crimson, Josh Eustis e Eugene Goreshter dei Telefon Tel Aviv, il bassista Pino Palladino e il chitarrista Lindsey Buckingham. I ritorni al passato sono evidenti non solo musicalmente, a cominciare dalla scelta di differenziare gli artwork in base alle diverse forme di distribuzione, affidandosi nuovamente a Russell Mills, che curò quasi venti anni fa capolavori come March Of The Pigs, The Downward Spiral, Further Down The Spiral e Closure. Allo stesso modo, il ritorno di un signor “nessuno” chiamato David Lynch, con il quale ha collaborato in passato alla soundtrack di “Strade Perdute” (Lost Highway, Lynch, 1997), per la realizzazione del video del primo singolo “Came Back Haunted”, non è che la prova del massiccio lavoro di marketing che c’è alle spalle del nuovo album, che dobbiamo riconoscerlo, risente di fin troppe auto citazioni.

Ma procediamo con ordine:

Se “The Eater of Dreams” è solo un breve preludio che richiama alle origini di “Pinion” presente in BROKEN, è con“Copy of A” che si entra nel merito del lavoro. La seconda traccia, nonché secondo singolo, riflette sull’essere anonimi, l’assemblamento di qualcosa non nuovo che cerca nella sua sterile vita replicante un nuovo senso di esistenza,  qualcosa di originale.  Qui l’arpeggiatore regna sovrano così come l’impostazione sonora quasi, potremmo dire, da “dancefloor”, con charleston aperto (a tratti frastagliato) e cassa dritta. Notevoli gli innesti percussivi, spesso insistenti quasi all’ossessione. Come già accennato, “Came Back Haunted” è stato il primo singolo, accompagnato da un video firmato David Lynch. Le decisioni sono il fulcro della canzone, il trovarsi a dover confermare o ripetere le proprie scelte ed errori, per poi ritrovarsi coinvolti in nuove personali persecuzioni. Il ritorno ad una situazione dalla quale si era fuggiti, ma che inevitabilmente torna a ripetersi. Il basso electro accompagna l’evolversi del pezzo per l’intera stesura (si ferma per alcune misure solo a metà e a fine percorso), con l’intento palese di ipnotizzare l’ascoltatore, così come agiscono i synth e la voce stessa di Reznor. La dolce “Find My Way” è un grido di disperazione, cuore dell’album e del concept sulla ricerca di se stessi che ci porta anche a considerare il suicidio quale possibile via di uscita. La traccia è quasi una preghiera al Signore, un’ammissione di colpa per gli errori commessi (tentativo di suicidio?) in buona fede, solo per la ricerca della propria strada e del proprio posto nel mondo. Percussioni digitali spinte all’estremo della compressione abbracciano note di pianoforte in un risultato quasi commovente e delirante allo stesso tempo. L’orecchiabile “All Time Low” racconta il desiderio di dimenticare tutto quello che ci affligge e ci circonda attraverso la droga, annebbiandosi il cervello; una traccia a tema tossicodipendente che però non regge il confronto con pezzi come “Down in It” di PRETTY HATE MACHINE e l’indimenticabile “Hurt” di THE DOWNWARD SPIRAL. Qui la parte ritmica è completamente affidata alle macchine, pur essendo un pezzo fluido e dinamico a conferma del fatto che la maestria si denota lavorando su di una drum machine, così come su di una chitarra (strumento qui utilizzato “funkeggiando” in maniera a tratti dissonante nel pieno del concetto “noise” di brani come questo). “Disappointed” è invece dedicata alle delusioni delle aspettative che uno crea nella propria mente; quel mondo di illusioni che creiamo e che crolla non appena si incontra con la realtà. E’ quello infatti il momento di maggiore delusione, una ferita che lacera l’anima, la speranza di essere speciali, ma il rendersi conto di non essere poi tanto diversi da tutti gli altri… uno dei tanti. La ridondanza dell'”enclapping” fa da padrona per tutta la traccia quasi a creare delle aspettative, che ricevono riscontro proprio quando le chitarre ed i sintetizzatori danno gran respiro al brano stesso. Una delle tracce che lascia maggiormente straniti è “Everything”, traccia rilasciata come terzo singolo e che a tratti raggiunge musicalità pop che lasciano a dir poco perplessi, instillando il dubbio che la major abbia fatto maggiori pressioni verso una commercializzazione del prodotto di quante Trent voglia effettivamente ammettere. La canzone è incentrata sull’esperienza, sul provare tutto come specchio della propria esistenza, perché solo così possiamo veramente capire chi siamo, per un giorno scoprire di sentirci veramente a casa ed essere finalmente liberi. La matrice rockeggiante è qui palese e l’alternarsi di momenti che sfiorano il metal ad altri arrangiamenti più simili alla new wave degli anni ‘80, rendono questo passo particolarmente coinvolgente, ma a tratti forse esageratamente spinto verso un risultato confuso… anche se allo stesso tempo siamo tutti consapevoli della voglia di sperimentare dei NIN. La curiosa“Satellite” appare un po’ fine a se stessa soprattutto se consideriamo l’invettiva politica presente in Year Zero. Trent passa infatti da riflessioni fortemente politicizzate a all’osservazione sterile degli strumenti e delle loro capacità. Il “beat” della canzone è incalzante e strizza l’occhio ad un ibrido tra hip-hop e breakbeat, mentre rumori e tappeti sonori di fondo riempiono di colore il tutto. Notevole verso gli ultimi due minuti la chitarra accompagnata da un suono macabro e lugubre crescente quasi a voler creare una sorta di stato d’ansia. “Various Methods of Escape” descrive la capacita di ognuno di creare una propria vivida realtà d’illusione, una rappresentazione in alta fedeltà nella quale noi stessi ci imprigioniamo, incapaci di distinguere cosa è vero da ciò che è falso, impossibilitati a fidarci anche di noi stessi. Qui l’elettronica da molto più spazio ai veri strumenti (il lavoro della chitarra è stupendo e melanconico), a parte ovviamente alcuni innesti di batteria digitale e piccole virgole sonore fluttuanti qui e là sparpagliate metodicamente, seppur lungo il pentagramma. A circa due minuti dalla fine la voce di Reznor galleggia realmente su di un fiume sonoro prima che basso e chitarra riacquistino presa fino al termine. L’elettronica a ritmi quasi tribali di “Running” ci proietta in una riflessione sull’isolarsi. Come voyeur spiamo e seguiamo persone immerse nella vita senza riuscire a viverne una reale fuori di casa e dalla tecnologia. Forse uno dei brani con la sezione ritmica maggiormente ossessiva, ripetitiva e quasi petulante in taluni passaggi; un capitolo di questo lavoro che lascia davvero poco a chi ascolta. Bisogna attendere l’undicesima traccia per trovare la “classica” ballad, con tanto di piano e ritornello, ma priva delle urla che caratterizzarono pezzi del calibro di“We’re In This Together”. Stiamo parlando di “I Would for You”, un brano sulla coscienza dell’incapacità di uscire da una situazione autodistruttiva; essere colti dalla persona amata nel momento peggiore di sé e sapere che se si fosse stati una persona diversa ne saremmo usciti solo per il suo amore. Veniamo accolti da una cassa e da un basso perforanti, che mettono a dura prova il mio impianto audio e solo in seguito la traccia prende una forma più classica da canzone rock che da traccia elettronica. Stupendo il pianoforte finale. “In Two”, descrive una mente splittata in due, un io cosciente che non riconosce sé stesso e i propri atteggiamenti, incapace quasi di sapere chi sia e quale per lui sia la realtà. Chitarre e basso sporchi e inzuppati nell’overdrive vengono accompagnati da una sezione ritmica sintetica, mentre gli effetti dei Synth vengono spinti all’eccesso a creare in alcuni momenti delle vere e proprie urla, in un contesto musicale oserei definire a cavallo tra “trance” ed “Industrial”. La tredicesima traccia, “While I’m Still Here”, è una riflessione sull’anzianità e sulla vecchiaia, sull’orologio che giunge al termine, sui rimpianti; il decadimento fisico e l’abbandono che hanno come unica compagna il ricordo, finché non andrà via anche quello. Una base ritmica tranquilla ma decisa accompagna la voce di Reznor in parallelo ad organo elettrico, sintetizzatore e chitarra che alternandosi, creano un’atmosfera rilassante e piacevole. Sul finale un frizzante sassofono (difficile dire se sia un vero fiato o un semplice “plug-in”) dice la sua, prima che avvenga un effettivo collegamento con “Black Noise”, l’ultima traccia del disco. “Black Noise” è un brano minimale oltre che strumentale. L’ambientazione è cupa e oscura ed il lavoro di macchine e synth prosegue sulla scia di “While I’m Still Here”, aumentando l’intensità dei suoni fino a raggiungere una vera e propria isteresi sonora.

Tirando le somme, nell’album risuonano echi già sentiti, dal synth-pop di PRETTY HATE MACHINE, alle esperienze con le Original Soundtrack, alla svolta rock-elettronica che fu “With Teeth”, fino alle influenze di Bowie. Richiamando il tema della traccia “Copy of A”, potremmo dire che essa sia una velata ammissione di colpa, una riflessione sull’essere la copia di se stessi, l’ombra di qualcosa di già scritto, letto, suonato, fatto; una collatio degli stilemi che hanno contraddistinto iNIN fino ad oggi in una propria replica quasi automatica e priva di sostanza. Concludendo, non possiamo dire cheHesitation Marks sia un brutto album, anzi, Trent ha fatto sfoggio di tutta la sua esperienza, ma certamente non possiamo neanche dire che sia un capolavoro. Non siamo di fronte a un lavoro all’altezza di THE DOWNWARD SPIRAL, con il quale ha in comune solo gli artwork e il fatto di essere un concept (a confronto anche emotivamente superficiale), o The Fragile con la sua moltitudine di idee, ma neanche difronte a un lavoro deprecabile, anche se può apparire ai cultori dei NIN in parte anonimo. Tecnicamente è ovviamente impeccabile, si fa ascoltare piacevolmente e alcuni ritornelli rimangono nella testa a lungo, ma quello che ci chiediamo è: questi sono ancora i Nine Inch Nails? Reznor (da tempo) ha perso la disperazione e la forza deflagrante della sua anima, soppiantando le sue grida con toni quasi “garbati” che, parlando dei Nine Inch Nails, risultano essere un ossimoro, una pura contraddizione. Hesitation Marks è un buon album, da ascoltare e anche riascoltare, ma privo del trasporto e dell’intensità al quale Trent, hai noi, ci ha purtroppo abituato. E’ pertanto comprensibile che qualcuno possa esserne deluso, ma, lo sappiamo, il tempo passa, la musica evolve e le persone cambiano..

1) The Eater of Dreams
2) Copy of A
3) Came Back Haunted
4) Find My Way
5) All Time Low
6) Disappointed
7) Everything
8) Satellite
9) Various Methods of Escape
10) Running
11) I Would for You
12) In Two
13) While I’m Still Here
14) Black Noise

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