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ONSLAUGHT – In Search of Sanity 1989

Il 22 agosto 1989 uscì finalmente il nuovo album degli Onslaught, a ben tre anni di distanza dal precedente il folgorante The Force considerato un classico del Thrash che confermò e affermò il potenziale del gruppo originario di Bristol. Nel 1987 il gruppo iniziò a lavorare a questo terzo album, attirando l’attenzione della London Records, che dopo una prima registrazione ha pensato fosse necessario introdurre alcuni cambiamenti che ritardarono l’uscita dell’album fino all’estate del 1989. Dopo aver già sostituito il chitarrista Jase Stallard con Rob Trotman e il basso di Paul Mahoney con quello di James Hinder, la London Records fece pressioni affinché anche il vocalist fosse cambiato, riducendo ai membri fondatori l’ossatura degli Onslaught (Nige Rockett e Steve Grice). Secondo la label sarebbe stata più appropriata una voce più performante e pulita, nonostante Rockett e Grice consideravano Sy Keeler più che valido e con un ottima resa già nelle prime demo. La London Records riteneva però che un album più maturo necessitasse anche di una voce più pulita, pertanto fu così che Keeler fu sostituito da Steve Grimmett dei Grim Reaper (che nel 1990 lascerà a sua volta il gruppo per motivi personali lasciando il posto a Tony O’Hora). E’ così che nacque In Search of Sanity, un album controverso, amato e odiato, che fa del cambiamento la sua peculiarità. I ritmi si rallentano rispetto al Thrash di The Force e alle forti influenze Punk di Power from Hell, i temi satanici cadono a favore dell’introspezione mentale e vi è una crescita tecnica e artistica alla ricerca di una personale evoluzione verso la maturità stilistica.

In Search of Sanity si apre con il brano strumentale “Asylum”, una introduzione nell’ambientazione insana che abbraccia tutto tema portante del disco e che vuole proiettarci in un mondo d’inquietudine. Un brano eccessivamente lungo e ripetitivo che precede la title-track. “In Search of Sanity“, parte come una scarica di elettroshock, pompando un Thrash molto sostenuto e tecnicamente controllato e, come preannunciato, ripulito rispetto alle precedenti esperienze della band. La strepitosa voce di Grimmett, chiara, melodica e in primissimo piano, spicca come un faro nel buio della mente, influenzando gli Onlaught con vene di N.W.O.B.H.M. Il testo narra la ricerca di qualcosa di perduto, la propria sanità mentale, perché la vita non sembra avere più significato e non ha senso alzarsi e combattere; smarriti nel labirinto della propria psiche non si riesce a trovare l’uscita verso la ragione. Quanto detto in precedenza è valido per la traccia successiva, “Shellshock”, un ritmo incalzante guidato da Grimmett e dai suoi virtuosismi vocali, accompagnato da assoli lunghi e ben strutturati, ma che non spiccano per originalità. Shellshock, letteralmente “shock da granata” richiama le psicosi traumatiche di guerra, attingendo pienamente dall’immaginario di Master of Puppets; mantenere la calma nei momenti di panico, anche se l’esplosione ti ha reso cieco e sordo, con le orecchie sanguinanti; poi svegliarsi e accorgersi che è tutto un sogno, un sogno indelebile impresso nella propria testa. In “Lightning War” le chitarre ed il loro ritmo accelerato sono predominanti. L’assolo è lungo, intenso e molto ben costruito, ma nel resto del brano, alcune soluzioni ricordano fin troppo Testament e Metallica. Il testo è un omaggio a Charles Coward, un soldato inglese che si trovò invischiato in quella che doveva essere, appunto, una “guerra lampo” (il Blitzkrieg citato nel testo); nel 1940 fu fatto prigioniero e deportato ad Auschwitz, dove grazie al suo coraggio è riuscito a liberare alcuni prigionieri dal campo di concentramento. “Let There Be Rock” è un giro di boa molto carino, una cover in chiave Thrash degli AC/DC tratta dell’all’album omonimo del 1977, che fece scalpore per il video ritenuto provocante fino al blasfemo; è ambientato in una chiesa con Bon Scott mascherato da prete, solo in seguito si rivelerà essere vestito come un sadomasochista sotto la tonaca. La traccia è stata precedentemente pubblicata come singolo nel 1987 con Keeler alla voce, ma non apporta nulla di interessante a un brano già bello di per se stesso. “Blood Upon The Ice”, con i suoi 8:22 minuti porta nuova carica all’album; un pezzo costruito con un giusto alternarsi di fraseggi di voce e chitarra. È un brano che dà la carica con un Thrash che fonde Metallica e Megadeth; un ritmo incalzante ed un lungo assolo che sono un piacere ascoltare. La voce di Grimmett, la chitarra di Rockett e la batteria di Grice danno il meglio per una canzone che si imprime nei timpani. “Blood Upon The Ice” è una visione nella testa del protagonista, un flash mentale di una mente sconvolta e pazza; un mondo vero quanto quello reale. “Welcome To Dying”, uscita anch’essa precedentemente in EP, si interroga su che senso abbia la vita dei pazzi, che sono destinati a morire nel momento in cui entrano nel manicomio. Una lunga attesa della morte, per un brano che è un benvenuto a chi non può far altro che aspettare di morire. La canzone si apre lentamente, triste, malinconica, quasi un mantra che durerà tredici minuti. Una ballad inizialmente chiara, che preme il pedale delle distorsioni nel ritornello per passare all’assolo di chitarra che si intreccia al basso. Dopo il richiamo ai temi iniziali, la tecnica si rivela nel mettere in pratica tutti gli stilemi del genere in un brano perfetto, ma comunque non innovativo. L’ultima traccia è “Powerplay”, un brano veloce e carico di energia. Un classico Thrash degno dei migliori album dei Big-4. La voce di Grimmett, i tempi di Grice e i riff di Rockett si fondono per finire l’album nel migliore dei modi. Ormai la follia divampa nella testa, bruciando il cervello, e l’unica via è la morte. La Nera Signora è l’unico modo per far finire tutto e con lui la stessa Ricerca della Sanità Mentale.

In Search Of Sanity è un disco nel suo intimo pregevole, un insieme di elementi tipici che riprendono i temi di “Sanitarium” di Master Of Puppets. L’album, però, appare gonfiato nella sua durata: sia nella lunghezza delle singole tracce, in alcuni casi inutile ed eccessiva come per l’Intro; sia per la presenza della cover degli AC/DC, che appare come un riempitivo. Al pari dei conterranei Xentrix, che nello stesso anno esordirono con un altrettanto valido Shattered Existence, ci troviamo di fronte ad un disco che cerca di dare un ultimo colpo di coda al Thrash, ma che soffre di una mancanza di vere idee, forse anche per il cambio in corsa del cantante e i forti controlli della lable. Ripercorrendo troppo tardi qualcosa che ormai era già finito, gli Onslaught e la London Records anno creato un buon album ma che non apporta nulla di nuovo a un genere che stava terminando un suo primo ciclo. Il gruppo ha inoltre cambiato volto in modo netto, cercando di trasformarsi in qualcosa che non era. Gli Onslaught hanno sottostato ad un progetto di marketing che ha fondamentalmente distrutto il proprio brand, costringendoli ad un mutamento drammatico per la propria carriera e forse autostima. L’eccessiva pubblicità pre-release per un prodotto fondamentalmente con nulla di nuovo (che mise in giro anche voci sull’apparizione di spiriti in fase di registrazione), ha contribuito alla loro scomparsa fino al 2004.

1) Asylum
2) In Search of Sanity
3) Shellshock
4) Lightning War
5) Let There Be Rock
(AC/DC cover)
6) Blood Upon the Ice
7) Welcome to Dying
8) Power Play

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